domenica 8 luglio 2012

Il banchetto

Un breve racconto, per un invito al "presente" (anche se non è proprio corretto quello che consumavano allora.....) :-). Buona lettura.....


Il banchetto

Era notte, ormai: la timida luce delle fiaccole illuminava il castello, mentre i raggi di luna si insinuavano sicuri e invadenti in tutte le stanze. Fuori, l’assedio: lampi rossi e grida e colpi d’ariete. Dentro, nell’enorme salone, chiusi e sordi al frastuono, ser Giovanni conte di Sovana e sua moglie Margherita stavano consumando un sontuoso banchetto. La tavola imbandita ospitava un’ingente quantità di pietanze: minestre d’ogni tipo, pane in abbondanza, maialini alla brace, agnelli e carne di vitello. Frutti come gemme erano posati ai lati del tavolo, e i fiori, sparsi a mazzi sul pavimento, tra colori e profumi macchiavano la stanza di vita. Il lungo tavolo divideva i due, ma non era un confine, un limite, una barriera, era piuttosto un prolungarsi dei corpi, e la sottile linea retta che congiungeva le loro pupille ne dava immediata conferma. Seduti, non staccavano nemmeno per un istante lo sguardo dallo sguardo e il loro petto rivelava, nell’alzarzi e nell’abbassarsi, una profonda sincronicità di respiro Ogni tanto il conte alzava il bicchiere e accompagnava il gesto con un impercettibile movimento delle labbra, un sussurro, una promessa, e la donna come specchio faceva altrettanto, perché nell’attimo presente sono possibili promesse d’eternità, nell’attimo presente anche un “per sempre” acquista il suo reale significato.
Non macchiavano il loro silenzio con racconti del passato, o con parole che rivelassero azioni nell’immediato futuro: stavano lì, semplicemente presenti l’uno all’altra, nell’esserci -non nell’attesa. La clessidra era ferma, rigirata, coricata sul fianco: l'avevano fermata, perché bastavano i loro cuori a scandire il tempo.
D’un tratto la porta s’aprì e un servitore affannato dalla corsa e dal terrore parlò: “Signore, ci siamo: i barbari sono entrati; hanno invaso il castello,  uccidendo chiunque si trovasse dinanzi a loro e stanno venendo qui...”
Il conte -l’uomo- ascoltò in silenzio: non una   piega nel volto, non un movimento. Poi fissò intensamente la donna, che gli restituì uno sguardo fiero di cerva, e disse: “Bene, allora.... fate entrare i musici e tutta la  servitù... radunate tutti quanti, portate qui i poeti e i menestrelli, indossate gli abiti  migliori... e che la festa abbia inizio...”   
Marilù Mengoni 
       

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